– Allarme femminista negli Stati Spagnoli: la legge sull’aborto deve essere fermata

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Sandra Ezquerra Il 20 dicembre, il Partito Popolare Spagnolo (di destra) ha reso pubblica la bozza della “Legge per la protezione della vita del nascituro e per i diritti della donna gravida”. Come il movimento femminista e un ampio spettro della sinistra dice da allora, la nuova legge, se approvata, sarebbe il più importante attacco al campo dei diritti sessuali e riproduttivi negli Stati Spagnoli dalla dittatura di Franco.

La più retrograda di tre riforme in trent’anni
Sarebbe il terzo cambiamento nella legislazione sull’aborto nell’arco degli ultimi trent’anni. Il primo è avvenuto nel 1985 con una legge passata durante il governo del PSOE (Partito Socialista) dopo essere passata per la Corte Costituzionale, che manteneva l’aborto nel Codice Penale e permetteva l’interruzione di gravidanza solo in tre circostanze e con limiti precisi: per stupro entro la dodicesima settimana, per malformazioni del feto entro la ventiduesima settimana e senza limiti di tempo per rischi per la salute fisica e mentale della donna. Benché questa legge sia stata un miglioramento della legge precedente, il movimento femminista negli Stati Spagnoli ha continuato a combattere per l’aborto libero, cioè perché sia totalmente depenalizzato ed effettuato all’interno del sistema sanitario pubblico senza nessuna costrizione o limitazione. Il PSOE ci mise 25 anni ad ascoltare queste richieste e non volle nemmeno ascoltarle tutte. Successivamente e in modo incompleto, nel 2010 fecero passare una legge che stabiliva un periodo di 14 settimane in cui una donna poteva terminare la gravidanza senza dare motivazioni o giustificazioni. Nei casi di malformazione del feto o pericolo per la salute della donna, questa poteva ottenere il permesso per terminare la gravidanza entro la ventiduesima settimana. Oltre a mantenere l’aborto nel Codice Penale, il PSOE non volle contrapporsi alla legislazione spagnola riguardo la regolamentazione dell’obiezione di coscienza da parte del personale sanitario nel settore pubblico, impedendo alle donne minori di 18 anni di avere accesso all’interruzione di gravidanza senza il consenso dei genitori, e impose, tra gli altri ostacoli, un periodo di tre giorni di ripensamento dal momento in cui la donna vedeva il dottore per rechiedere l’aborto al termine effettivo della gravidanza. Poi il Partito Popolare riportò di nuovo la legge alla Corte Costituzionale, dov’è ancora. Dopo essere salito al potere nel 2011 e dopo la designazione di Alberto Ruiz Gallardón come Ministro della Giustizia, il Partito Popolare annunciò di voler cambiare la legge nella prima metà della propria legislatura. Fino ad allora c’erano state numerose affermazioni di Gallardón in cui asseriva che “la maternità è ciò che rende una donna una vera donna” e promitteva di porre fine alla legge contro la vita stabilita dal PSOE. Gli ultimi due anni sono stati tormentati dalle chiacchiere e dalla poca chiarezza riguardo il rispetto di questa legge. Durante questo periodo il governo ha indicato diverse volte che intendeva tornare alla legge del 1985, ma togliendo dalle motivazioni per l’interruzione di gravidanza la malformazione del feto. Questa scelta è stata motivata con la volontà di non fare discriminazioni tra feti di prima o seconda categoria e dal fatto che la presenza di diversità funzionali non è una ragione legittima per impedire la nascita di un essere umano. Nel frattempo, di certo, sono stati tagliati assistenza socio-sanitaria e servizi, tra cui la legge sulla dipendenza neonatale e altri benefici per così dette ristrettezze. Durante questo periodo, all’interno del movimento femminista, abbiamo temuto il peggio. La realtà, nondimeno, è andata oltre i nostri peggiori incubi.

Secondo le informazioni che il governo ha rilasciato finora, la nuova legge eliminerebbe il limite di 14 settimane per l’aborto “senza motivazioni” e prevederebbe l’interruzione di gravidanza solo in due casi. Il primo caso è quando la donna è stata violentata, ma è possibile abortire solo durante le prime 12 settimane e a condizione che sia stato compilato precedentemente un rapporto da parte delle forze dell’ordine.
Anche se rimane da vedere quel che davvero sarà il testo di legge, sembra che la donna incinta dovrà anche provare che avere un figlio dopo una violenza sessuale sarebbe un rischio per la sua salute fisica o mentale. Di conseguenza questo ha posto un peso gravoso, cioè quello di dover darne prova, sulle spalle delle donne, che non devono solo “fare la cosa giusta e andare alla polizia”, ma anche dimostrare che lo stupro ha causato seri danni.
La seconda possibile motivazione di interruzione è il rischio per la salute psichica o fisica della donna. In questo caso la donna può abortire entro la ventiduesima settimana. I casi di malformazione del feto, dunque, scompaiono e questa motivazione può essere addotta solo nel caso in cui si tratti di anomalie incompatibili con la vita e solo se questa “pressione insopportabile”, come Gallardón l’ha chiamata, non possa essere sopportata psicologicamente dalla donna. Se la malformazione è scoperta dopo la ventiduesima settimana può essere indotto il travaglio. La malformazione, oltretutto, deve essere identificata da due diversi specialisti: uno per diagnosticare la malformazione del feto e un altro per un’analisi psicologica della donna incinta. Questi due professionisti, da parte loro, non possono lavorare nella stessa struttura in cui l’aborto dovrebbe essere effettuato.
Oltretutto, in entrambi i casi la donna deve sottoporsi a un processo di “consenso informato, libero e rilasciato in modo valido”. Questo include la partecipazione dei genitori nelle decisioni di minori, così come un periodo di riflessione di sette giorni dopo essere state informate “sui propri diritti, aiuti, possibilità di assistenza, informazioni cliniche e alternative all’aborto”.

La bozza, quindi, restringe l’accesso all’aborto molto più della legge del 1985. Non elimina soltanto la possibilità di interruzione di gravidanza per malformazione fetale, ma impone anche molteplici barriere all’accesso da parte di qualsiasi professionista la cui partecipazione all’intervento sarebbe necessaria senza limiti o regolamentazioni e, di certo, riporterà all’aborto clandestino o a spostarsi in paesi dove può essere effettuato legalmente.

Opposizione di massa alla legge
Le voci levatesi contro la legge sono numerose e vanno dal movimento femminista e professionisti del settore sanitario a diversi settori della sinistra. Il dissenso è iniziato anche all’interno del Partito Popolare. La riforma proposta è senza dubbio uno degli attacchi più seri, se non il più serio, ai diritti delle donne dalla dittatura di Franco e non è il risultato di nessuna richiesta né consenso sociale.
È impossibile predire se il PP accellererà l’approvazione della legge o se cercherà supporto. Da una parte, una maggioranza assoluta al Congresso consentirà semplicemente di imporla come è stato fatto con molte altre riforme e riduzioni ai diritti sociali. D’altra parte, da quando il suo contenuto è stato reso pubblico, la legge è stata aspramente criticata e sta diventando sempre più evidente che non ha supporto oltre l’ala di destra più estrema del Partito Popolare.
Rimane da vedere se il settore più liberale romperà la disciplina interna o in che misura il governo stesso sopporterà critiche provenienti da ogni parte nel paese e anche a livello internazionale.
Rimane da vedere quanto ci vorrà perché la legge venga approvata passando per l’iter parlamentare e in che misura il Partito Popolare voglia tenere in mano questa patata bollente durante la campagna per le elezioni europee a maggio.

Dobbiamo fermare questa legge
Nonostante l’opportunismo con cui il PSOE sta criticando la riforma, è chiaro che siamo in un momento in cui è cruciale creare un movimento ampio che si opponga alla legge e il cui obiettivo principale sia fermarla. La sinistra dovrebbe porre una volta per tutte questa questione nella sua agenda politica e i movimenti sociali dovrebbero dare pieno supporto al femminismo. Sono assolutamente sicura che se uniremo le forze potremo fermare i piani del governo. Possiamo e dobbiamo.
Questo non significa, comunque, che siamo d’accordo su tutto. Di tutti i cambiamenti introdotti dalla riforma, quello che ha occupato di più le testate dei giornali nelle ultime settimane è stata la rimozione della possibilità di interruzione di gravidanza per malformazioni del feto. Riguardo a questo, benché io non abbia messo in dubbio neppure per un momento che sia un terribile atto di crudeltà e ipocrisia di un governo che esclude e condanna all’oblio i settori più vulnerabili della società, dubito seriamente che debba essere al centro dell’attenzione del femminismo radicale e anticapitalista. In che misura essere costretta ad avere un figlio con malformazioni gravi è da considerarsi peggio di essere costretta ad averlo per un qualsiasi altro motivo? Se una donna ritiene che la sua condizione personale, economica o altro le impedisca di (voler) essere una (buona) madre, in che misura è legittimo forzarla ad esserlo comunque? In che misura rimuovere la possibilità di interruzione per malformazioni del feto è più crudele che impedire alle lesbiche e alle donne single di accedere alla riproduzione assistita, come ha legiferato il Partito Popolare la scorsa estate?
Molte delle cose che lo stato (o la Chiesa) provano a regolare attraverso il proibizionismo in realtà si regolano da sole attraverso il senso comune. Insistono che le motivazioni e le scadenze sono necessarie per evitare che delle donne abortiscano durante l’ottavo mese di gravidanza o che lo facciano per capriccio. Creano leggende metropolitane per continuare a gestire i nostri corpi e i nostri desideri dai loro pulpiti, dai loro ospedali e dai loro parlamenti. Comunque sia, chi abortisce per capriccio? Qualcuno conosce una qualsiasi donna che lo ha fatto?

Insistono nell’imporre limiti di tempo. La verità è che pochissime donne abortiscono in fasi avanzate della gravidanza e, per la mia assoluta fiducia nell’intelligenza umana, sono sicura che quelle poche debbano avere un’ottima ragione per farlo. La maggior parte delle donne abortisce entro le prime settimane di gravidanza e non spetta a me né a un giudice né a un prete né a un politico approvare le loro ragioni, quando lo fanno o il loro stato mentale. Quello che dobbiamo fare tutti invece è sbarazzarci del silenzio, delle menzogne, dell’ipocrisia, dei tabù, degli standard che hanno circondato il sesso nel nostro paese per così tanto tempo. Dobbiamo fare in modo che le giovani e i giovani abbiano accesso all’educazione sessuale e riproduttiva, a informazioni e a una cultura che assicuri che prendano decisioni sane, responsabili, sagge e rispettose delle loro vite. 

L’originale è stato pubblicato sul blog di Sandra Ezquerra.

Qui il testo della proposta di legge in lingua originale.

Tavola sinottica della proposta di legge e delle ultime due leggi in materia di aborto a cura del collettivo “No somos nadie”, in lingua originale.

Traduzione a cura della redazione di Communia Network

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